L’architettura vernacolare di Chicchi e Fritti

Daniele Tirelli29 Maggio 2022
sdr

Il chiosco di Chicchi e Fritti,  che si proietta all’esterno di una delle entrate del Centro Commerciale Fiordaliso, di Rozzano (MI) sollecita alcune riflessioni circa l’evolvere dell’estetica popolare legata ai luoghi di acquisto e di consumo.

Impossibile dire se l’idea sia nata su ispirazione di analoghi punti di ristorazione rapida e di street food californiani, come ad esempio lo stand esterno di MiPueblo, per fare un esempio.

Ma la cosa interessante è l’uso fatto del decoro ad alto rilievo stilizzato  del pollame che vi viene cucinato. Rispetto all’anonima  linearità imposta da una tendenza architettonica che si appella al razionalismo, la scelta di ricorrere al richiamo di sculture fumettistiche dai colori decisi sembra aver scelto la strada di

una ipericonicità enfatizzata dalla alterazione delle forme e dal linguaggio espressivo più popolare.

L’attrazione del centro commerciale  verso il pubblico infantile è ben nota, ma, segno dei tempi, anche gli adulti sembrano apprezzare questa proposta. In fondo, va detto che, pur se con il passare degli anni nell’individuo adulto prevalgono attività di pensiero e di riflessione, la visione di questa e di altre realizzazioni simili, non suscita critica o rifiuto.

Fermarsi in questa area di ristorazione all’aperto e osservarne la  simbologia induce, invece, sensazioni che corrispondono, sia pur superficialmente, ad un viaggio a ritroso,  in un proprio mondo interiore  nel quale affiora il giocoso contrapposto alla serietà della vita adulta.

Il gioco costituisce un modo d’essere  del bambino, il quale necessita di luoghi in cui poter ricostruire un proprio mondo e il gioco infantile costituisce uno dei rimpianti dell’età adulta.

Chicchi e Fritti ha scelto un’estetica vernacolare tratta dalla “comics culture”, sempre di più incorporata nella pop culture italiana. La ragion d’essere di chioschi come questo è segnalare la propria presenza con l’uso delle commercial sculpture, sempre più usate anche in Italia e tali da modificare piano piano, vivacizzandolo, l’anonimo paesaggio extra-urbano, periferico, desertificato.

Quei polli che sovrastano il banco di servizio, il grande gallo a latere di esso, costituiscono un segnale ineludibile per chi vi transita nei pressi e per chi all’improvviso prende in considerazione d’impulso, senza averlo programmato un semplice snack, un pranzo veloce a base di pollo (anche in questo caso, la carne più consumata dagli americani), alternativo all’abituale panino o alla pizza.

Chicchi & Fritti costituisce, insomma, un arricchimento del contesto architettonico di un centro commerciale 

tra i più noti, che, per continuare a vivere, dovrà sempre stupire, sorprendere, ravvivare la propria immagine.

I nostri centri commerciali, pur nel clima imperante di antiamericanismo populista, stanno predisponendo questi ambienti socializzanti che sfruttano quella cosiddetta “architettura (e decorazione) programmatica”, che possiamo far risalire  alla “California Crazy”. Si tratta di quella tendenza che è stata, com’è noto, oggetto di rivalutazione post-modernista  da parte di Robert Venturi, che al triste minimalismo razionalista dichiarò di preferire l’ironia e l’umorismo della “campy Americana”.

Assisteremo,  dunque, ad una crescente euforia di immagini che aiuterà a sfuggire alla banalità seriosa di luoghi che piacciono a priori sulla carta per una presunta “pulizia estetica” e una loro eleganza, ma non sono in grado di attivare la sensazione ludica che si lega all’ insopprimibile piacere consumistico.

Daniele Tirelli