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Crescita della varietà e crescita dei consumi

Come risaputo, Henry Beyle, meglio noto con il nome di Stendhal, entrato in Santa Croce a Firenze, ne uscì poco dopo in preda a smarrimento e palpitazioni per una overdose di sensazioni estetiche. Troppe cose belle da vedere in Italia, rispetto al tempo disponibile per gustarle appieno. Gli psicologi classificarono questo disagio come “Sindrome di Stendhal”, ovvero l’incapacità di godere di quel che il mondo rende disponibile.
Alcuni ricercatori di mercato ritengono in modo superficiale che la stessa interpretazione debba applicarsi alle risposte date dai clienti che dichiarano di non apprezzare ipermercati con troppo assortimento. Ne discenderebbe, dunque, la necessità di sfoltire, semplificare, prosciugare la diversità negli scaffali.
Tuttavia, così come Stendhal preferiva visitare l’Italia e non la tundra ungherese o i boschi finlandesi, gli stessi clienti, interrogati in altro modo, si lamentano di non trovare quei prodotti che a loro piacciono di più e che nella loro logica egocentrica dovrebbero piacere anche a tutti gli altri.
Il mondo sognato dalle grandi corporation immaginava un numero ristretto di global brand ecumeniche, per soddisfare i bisogni omologati e costanti nel tempo del famoso “uomo-massa” o unidimensionale su cui ragionava Herbert Marcuse,.
Ma la storia va in altra direzione. È vero che Coca-Cola è la stessa dal 1886, quando fu creata da John Pemberton, ma la compagnia di Atlanta, prudentemente, tiene in serbo (si dice) più di 3600 bevande diverse con oltre 500 brand. Di che riempire da sola un piccolo supermercato.
La relazione tra crescita della varietà e crescita dei consumi è un concetto ormai noto nell’ambito accademico della “evolutionary economics”.
Una sua divulgazione tra i pratictioner del marketing e del retail sarebbe quanto mai opportuna.

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