Risparmiare? Nun è peccato…

Daniele Tirelli27 Maggio 2022
E se chesto pe’ te nun è bene, Mme saje ricere ‘o bbene c’ re?

 

(prafrasando una romanticissima  canzone di Peppino di Capri che contribuì alla  crescita demografica degli anni ’60)

Per comprendere il complesso periodo che l’economia sta vivendo, condizionata dall’agire dei consumatori, è necessario considerare l’aspetto temporale che collega incertezze, moneta e decisioni. perché il tempo d’attesa è denaro e il denaro (a debito) è tempo azzerato.

La pressoché totalità di coloro che si apprestano a leggere quel che segue condivide l’idea per cui

ciò che fa prosperare la nostra e le altrui economie è lo spendere per consumi:

a un ritmo costante e auspicabilmente accelerato. Che c’è di più ovvio? Carrelli pieni, buoni affari! Clienti svogliati, affari magri. Il Covid-19 sembra averlo dimostrato senza ombra di dubbio.

Abbiamo subito il lockdown e cucinato in casa e gli incassi di ristoranti, alberghi, negozi fashion sono andati a rotoli. Poi, non appena abbiamo rimesso il naso fuori casa e ripreso a frequentare fast food, cinema, parrucchieri, spiagge, ecco arrivare il recupero: più 6% rispetto al disastroso 2020. Nondimeno, v’è anche un altro aspetto meno appariscente.

Se i consumatori sono in ansia per il futuro, tendono a ridurre le loro spese e ad accumulare più denaro del dovuto

In breve, la nostra popolazione ha speso proporzionalmente meno di prima, ma pur tra mille difficoltà ha continuato, in quel periodo disgraziato, a lavorare, produrre ed essere retribuita.

Perciò nel 2020, il risparmio è salito al 15,8% del reddito disponibile, rispetto all’8,2% del 2019, per poi ridursi di circa 5 punti nel 2021.

Pertanto, nell’ottica prevalente, si dovrebbe far di tutto affinché questo risparmio residuale fluisca dalle famiglie al circuito economico affinché il denaro non resti inattivo. Dai, spendiamolo tutto!

Non è forse vero che se tosiamo la nostra siepe invece di pagare il giardiniere e se curiamo i nostri vecchi al posto della badante, facciamo calare il Pil?  Ma non s’era detto che si sarebbe “dato mano alla pressa delle banconote” fino a che l’inflazione non fosse tornata al 2%?

Nel frattempo, un’evenienza inattesa, ovvero una robusta inflazione tutt’altro che temporanea (e ancor prima delle scelleratezze di Putin) era già all’opera per alleggerire i depositi delle famiglie, ma… strano! essa non sembra rendere più felici coloro che per un decennio ebbero a temere l’opposta iattura della deflazione, dei prezzi più bassi di molti beni di consumo.

Il timore del risparmio nasce dal fatto che l’attività economica è rappresentata come un flusso circolare di denaro. La spesa di un individuo diventa parte dei guadagni di un altro e la spesa di un altro ancora diventa parte dei guadagni del primo individuo. Molto semplice. Il lubrificante del circuito diventa allora l’ottimismo. Infatti, se i consumatori sono in ansia per il futuro, tendono a ridurre le loro spese e ad accumulare più del dovuto. Male, molto male.

Ciò peggiora la situazione di qualcun altro che, preda del pessimismo, a sua volta, tira la cinghia. E allora nella vita quotidiana, ci sono tanti mezzi per euforizzarsi: vino, whisky e se non basta, droghe di ogni tipo.

In campo economico, per eccitare il consumo, la banca centrale su commissione dello stato, crea e distribuisce moneta, … easy money. In verità, la nostra banca di riferimento, la Bce, ha fatto a lungo orecchie da mercante, ignorando le sollecitazioni di quegli stati che volevano addossarle debiti largamente inesigibili in cambio di “moneta fresca”. Poi ha ceduto e ha messo più denaro nelle casse delle banche perché le trasferissero alle imprese e alle famiglie, cosicché la fiducia dei consumatori crescesse assieme alla loro spesa e il flusso circolare di denaro riprendesse.

“Il risparmio – ebbe a dire Paul A. Samuelson, premio Nobel per l’economia – è un paradosso perché all’asilo ci viene insegnato che la parsimonia è sempre una buona cosa”.

Al contrario, aggiungo io, all’università ci spiegano che risparmiare è antisociale, poiché il moltiplicatore della spesa tiene vivo il sistema produttivo e l’occupazione dei lavoratori, facendoli crescere entrambi. Un tal Adam Smith pensava, invece, che i capitalisti del suo tempo (poiché i lavoratori avevano ben poco da risparmiare!), praticando una certa frugalità, cioè non consumando la totalità dei loro profitti e accumulandoli, ponessero le basi per l’investimento e la crescita produttiva.

Oggi, è invalsa l’idea che all’ottimismo dello spendere si applichi un precetto di Benjamin Franklin, un contemporaneo di Smith:

“Se vuoi conoscere il valore del denaro, chiedi un prestito”.

 

E dunque le banche oggi (meglio, sino a ieri), in questo mondo capovolto,  sollecitano i clienti a sottoscrivere mutui a tassi vicini allo zero e, viceversa, li obbligano a pagare per custodire il loro denaro.

Perché preoccuparsi? Spendendo, la macroeconomia si espande con un beneficio collettivo. Ma è davvero collettivo? Non tutti ci credono. Infatti, son sempre di più i praticanti della “spesa intelligente”, stile Eurospin per esempio; una spesa tutta volta al risparmio, così come i maxi-sconti, i sottocosti delle varie catene. È una iperopia di massa che anela alla “promozione”, al non scialare a cuor leggero. La regalistica funziona meglio se sostituisce un acquisto programmato e i buoni pasto/ benzina/spesa sono una quasi-moneta che salvaguarda il reddito disponibile.

Ma allora, il nostro mondo prospera perché consuma o perché risparmia? Prendiamo l’esempio banale di una strategia Bogo (Buy One, Get One), un “compra 2, paghi 1”. Io prelevo 24 euro per acquistare quanto consumo in un mese di un certo bene. Se comprassi ripetutamente, ai prezzi normali, una volta alla settimana, una quantità equivalente, in banca avrei 12 euro in meno, poi -24, -36, -48 euro, finiti nella cassa del supermercato. Perché, scelgo la promozione? Per comprare altre cose con i 24 euro ancora in banca? Forse sì, ma anche no.

Contrariamente a quel che afferma l’economia classica pura, i consumatori non sono insaziabili; almeno nel breve periodo. Potrebbe non piacermi mangiare 4 burger e non 1, avere 100 cravatte piuttosto che 20, ma potrei desiderare di cambiare l’automobile, per cui lascio i 24 euro in banca assieme a quelli di altre promozioni. Banalmente, nella logica circolare menzionata si è inserito un importante fattore: il tempo.

L’agire economico è sempre condizionato dal tempo incipiente o dilatato. Comprendere il comportamento umano è possibile solo grazie al tempo che collega incertezze, moneta e decisioni.

  • Il tempo d’attesa è denaro.
  • Il denaro (a debito) è tempo azzerato.

A noi non resta che decidere in quale punto del suo scorrere collocare il consumo.

Daniele Tirelli