Sicilia tropicale: mango, pitaya, maracuja, papaia sono le nuove coltivazioni d’eccellenza

Avatar photo Marilde Motta30 Novembre 2023

Il clima cambia, fa sempre più caldo anche nel Mediterraneo, ma questo è solo un prerequisito che sta creando nuove opportunità all’ortofrutticoltura siciliana. Attorno alla frutta tropicale e subtropicale, per poter sviluppare veramente questo settore si è dovuto creare un vero e proprio sistema ben organizzato che vede protagonisti: l’Università di Palermo con il suo Dipartimento di Scienze Agrarie, Alimentari e Forestali (Saaf) imprenditori agricoli decisi a innovare le coltivazioni, vivaisti specializzati, produttori di macchine per il trattamento della frutta esotica e la trasformazione, una distribuzione che sta muovendo i primi passi diversificando i canali on/offline in Italia e sui mercati esteri.

Se alcune specie vengono ancora coltivate in serra, per altre è già possibile la coltivazione in campo, pur con i dovuti accorgimenti, ottenendo così un’acclimatazione perfettamente riuscita, il frutto si coglie sulla pianta al giusto grado di maturazione, garantendo un sapore e un profumo più intenso rispetto alla produzione importata da Paesi lontani, che subisce ancora un processo di maturazione forzato nel lungo viaggio prima di arrivare a destinazione con un aggravio anche in termini di sostenibilità ambientale. La coltivazione di frutta tropicale e subtropicale in Sicilia, per alcune specie quali mango e avocado, è iniziata negli anni ’70 e, seppure offra tuttora una quantità complessiva di prodotto limitata (in raffronto alla produzione spagnola che si basa però su un numero più limitato di cultivar), dà una chiara indicazione del potenziale che si può sviluppare in termini di business a livello nazionale e di export, pur garantendo una effettiva sostenibilità ambientale e un prodotto d’eccellenza.

Le tipologie di frutti sono numerose: mango, pitaya, maracuja, papaia, lici, avocado, annona, guava, sapote e altre ancora. Moltissime delle aziende agricole, che hanno iniziato questo percorso di coltivazione delle varietà di frutta esotica, hanno anche scelto la via della coltivazione bio, che per molti è già certificata avendo superato positivamente sia i test sia il numero di anni richiesto di coltivazione continuativa. La certificazione bio è una soluzione che conferisce al prodotto un valore intrinseco molto apprezzato dai consumatori, in particolare in Europa, dove è possibile spuntare prezzi che realmente remunerano il complesso lavoro di coltivazione, confezionamento e spedizione di questi delicatissimi frutti.

Abbiamo chiesto a Carlo Ficarra, titolare di Pitaya Sicilia (www.pitayasicilia.it), uno dei primi imprenditori che ha diversificato le proprie coltivazioni includendo mango, passiflora (maracuja o passion fruit che dir si voglia), papaya e il frutto del drago (la pitaya), di raccontarci la sua esperienza.

«Noi coltiviamo in serra fredda alcune varietà di frutta esotica, in particolare la pitaya di cui siamo gli unici coltivatori nell’area di Ragusa. Dedicarci alla coltivazione di frutta tipica dei climi tropicali ha richiesto un notevole investimento e un conseguente immobilizzo di capitale poiché bisogna attendere almeno tre anni che la pianta raggiunga lo sviluppo ideale e cominci a fruttificare. Abbiamo fin da subito pensato all’alta qualità e abbiamo quindi impostato il ciclo di coltivazione con l’obiettivo di ottenere la certificazione bio, che con ogni probabilità sarà conseguita nei prossimi mesi».

La frutta tropicale coltivata in Sicilia come viene percepita dal consumatore?

«Si tratta di frutta ancora poco conosciuta, ci vorrà del tempo per renderla più nota e far apprezzare le qualità organolettiche oltre alle proprietà salutari. Per ora riusciamo a distribuirla tramite negozi di ortofrutta qualificati e attraverso l’e-commerce. D’altra parte anche i quantitativi sono per ora limitati e quindi la diffusione deve procedere per gradi. Abbiamo però provveduto a rendere riconoscibile il nostro prodotto applicando un bollino con il nostro logo. Il passo successivo sarà quello di rendere ancora più identificabile il prodotto utilizzando un packaging sostenibile in linea con la nostra visione di agricoltura che non deve produrre un impatto negativo sull’ambiente».

La frutta esotica accontenta un consumatore che oltre a cercare benefici salutari è anche curioso di novità, cos’altro proponete?

«Stiamo studiando la possibilità di ricavare dalla pitaya una bevanda alcolica dato l’alto contenuto di zuccheri del frutto, siamo ancora in una fase sperimentale, ma valutiamo ci sia richiesta di prodotti veramente originali».

Il progetto Tinfrut nasce dal gruppo operativo “Tropicali di Sicilia” https://www.tropicalisicilia.it/ che vede la partecipazione congiunta dell’Università di Palermo (https://www.unipa.it/), Agroqualità (https://www.rina.org/it/agroqualita) società di certificazione, Idimed (https://www.istitutoidimed.com/biodiversita-alimentare/informazioni-utili/) istituto di promozione della dieta mediterranea insieme a un gruppo di aziende agricole siciliane che si stanno dedicando alla coltivazione di frutta esotica. Il progetto nasce con l’obiettivo di creare una filiera di elevata qualità che possa assicurare una produzione sostenibile, salutare e aprire prospettive economiche anche attraverso la trasformazione del prodotto. Sono numerose le lavorazioni che possono essere applicate ai frutti così da renderli fruibili non solo come frutto fresco, ma anche in IV gamma e come ingrediente in varie preparazioni industriali (industria dolciaria, bevande alcoliche e analcoliche, yogurt ecc.) sia per la ristorazione sia infine per il consumatore finale che si voglia cimentare direttamente nella realizzazione di cibi e bevande che contengano questi frutti (per esempio trasformati in liofilizzati a granuli, in polveri, sferificato*).

Fra le diverse sperimentazioni portate avanti dal gruppo operativo “Tropicali di Sicilia” (sperimentazioni che hanno poi lo scopo di passare alla fase di effettiva industrializzazione), come spiega Vittorio Farina, docente di Orticoltura Frutticoltura Tropicale e Subtropicale dell’Università di Palermo, vi sono quelle relative alla disidratazione, trasformazione in polveri, sferificazione e altre lavorazioni ancora che consentono di dare alla frutta tropicale un utilizzo esteso, valorizzando anche i frutti non conformi. In linea con la scelta di sostenibilità ambientale, intrapresa dal progetto “Tropicali di Sicilia” molta attenzione è portata all’impiego totale dei frutti, quindi anche alla gestione degli scarti di lavorazione che vengono reinseriti in un ciclo di lavorazione per realizzare prodotti alimentari innovativi, biofortificanti, ma anche packaging eco-sostenibili, per l’industria dei mangimi per animali e per altri impieghi che trasformano gli scarti in un elemento di valore.

L’azienda agricola Bianco Rosalia (www.papamango.it) si è specializzata nella coltivazione del mango e ben rappresenta il lavoro che molte aziende agricole hanno intrapreso per adattare ettari di terreni alle esigenze delle piante tropicali prestando molta attenzione a una gestione consapevole delle risorse idriche e al paesaggio, ottenendo un prodotto di eccellenza in termini di qualità gustativa e nutrizionale ambito dai mercati più esigenti.

L’azienda agricola Il Filo Tropicale (www.ilfilotropicale.it) oltre alla coltivazione, alla raccolta e distribuzione in tempi molto rapidi è passata anche alla fase di trasformazione del prodotto realizzando succhi di frutta e confetture.

La delicatezza di alcune varietà di questi frutti esotici e la shelf-life limitata ne determinano la deperibilità, ma anche gli intensi aromi vanno preservati per essere gustati in tempi relativamente brevi. La scelta dell’e-commerce con consegne nelle 24/48 ore dalla raccolta è la soluzione più diffusamente accolta dai produttori che scelgono così di servire direttamente in Italia il canale horeca e i consumatori, proponendo cassette di frutta mista, oppure mono prodotto. Anche il mercato europeo è raggiunto in tempi brevi tramite consegne dirette. Se i negozi di ortofrutta in Sicilia sono ben forniti, si registra invece nella grande distribuzione a livello nazionale una notevole carenza, sono ancora troppo poche le catene distributive che tengono nel reparto ortofrutta le varietà di frutta esotica fresca. Più attenzione dovrebbe esserci anche per il prodotto trasformato (IV gamma, salse, confetture, succhi, concentrati, bevande ecc.) giacché le caratteristiche nutrizionali e di piacevolezza di questa frutta sono molto elevate. Vi è sicuramente una maggiore diffusione della frutta esotica “made in Sicily” sui mercati europei dove il prodotto è particolarmente apprezzato per l’elevata qualità.

Se in effetti non è semplice rifornire la gdo con i tempi e i quantitativi necessari, essendo molto parcellizzata la produzione (ogni azienda agricola dispone di pochi ettari coltivati con le varietà tropicali e subtropicali), la valorizzazione di queste produzioni nella gdo italiana dovrebbe prevedere un apposito modello di business (in termini di logistica, ma anche di politica di prezzo che è inevitabilmente superiore alla frutta più corrente).

Chiediamo al prof. Vittorio Farina: gli appezzamenti in cui si effettuano le coltivazioni sono di pochi ettari, la produzione delle molte varietà di frutta e relative cultivar risulta molto polverizzata. La frutta esotica rimarrà un prodotto di nicchia, o ci sono le prospettive di un allargamento delle coltivazioni e quindi di espansione sul mercato nazionale ed estero?

«L’espansione delle coltivazioni tropicali in Sicilia, ma anche nel Sud Italia, è in atto già da qualche anno con un aumento esponenziale delle superfici e delle produzioni. Resta il vincolo della vocazionalità ambientale, che rende necessario uno studio pre impianto delle condizioni pedoclimatiche dell’area interessata, accompagnato dall’applicazione di puntuali tecniche agronomiche per assicurare ai produttori rese produttive e qualità dei frutti elevate. Il mercato è comunque in forte crescita e il prodotto siciliano resta uno dei più richiesti per gli elevati standard qualitativi e la sostenibilità ambientale. Ad oggi, ci sono tutti i presupposti per una sempre più ampia presenza del prodotto siciliano sui mercati nazionale ed europei».

NOTA

La sferificazione è una lavorazione base della cucina molecolare che permette di trasformare i liquidi (succhi, sciroppi o frullati) in sfere, consentendo quindi di incapsulare all’interno di esse una sostanza liquida. Ciò consente di concentrare i sapori all’interno di piccoli globuli che si aprono in bocca.

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