C’è chi riscopre, in ritardo, la stagflazione: gli aspetti economici (1)

Daniele Tirelli16 Marzo 2022

L’ipotesi che l’inflazione, imprevista da gran parte degli operatori e sottaciuta e minimizzata dalle autorità monetarie, si associ ad una recessione prolungata, ovvero ad una stagnazione è divenuta sempre più condivisa e menzionata sui vari media. Il tutto si sintetizza nel termine, à la mode, stagflation.

Ma com’è possibile che, se l’economia e la domanda nel loro insieme smettono di crescere, crescano i prezzi?

È impossibile! perché contraddirebbe la celebre curva di Phillips che, è raffigurata nel  grafico che mostra la sequenza, dal 1947 in poi, del tasso di disoccupazione negli Stati Uniti e del tasso di inflazione (CPI ) di 2 anni dopo.

Fonte (https://www.hussmanfunds.com/category/comment/)

La correlazione tra le due variabili è essenzialmente zero (anzi tecnicamente, è leggermente positiva) il che implica che in questi dati storici non si può ravvisare nessun “trade-off“. Però, il fascino intellettualistico di questa “legge”, che  vorrebbe giustificare tanti interventi disinvolti di politica economica, è tale che economisti e opinionisti hanno continuato a credere nella sua esistenza.

In base ai dati non è dimostrato che una maggiore disoccupazione generi una minor inflazione a causa della contrazione della domanda per consumi e la conseguente pressione sui prezzi.

L’inflazione attuale si poteva prevedere  già un anno fa (e noi l’abbiamo anticipata!) ma nella sua dinamica oggi concorrono ulteriori cause aggiuntive. Sul lato dei costi pesano i fenomeni esogeni della pandemia, delle difficoltà logistiche e, inoltre, quello delle recenti sanzioni di guerra. Sono tutti dei fattori che spingono in alto e in modo diseguale un certo numero di prezzi, tra cui anche i salari nominali, di certi settori. Tutto ciò giustifica l’interpretazione più naïf: se crescono i costi >>> crescono i prezzi. Magari fosse così!

Infatti, esiste a monte una causa molto meno evidente ai più, anzi piacevole nel suo sviluppo. Si è materializzata una offerta di moneta abnorme da parte delle banche centrali, in primis dalla Federal Reserve USA. Pertanto, un decennio di tassi di interesse zero,  che avrebbero dovuto rimanere tali  ancora a lungo, ha spinto nuove imprese e aziende già affermate ad assumere rischi eccessivi,  insiti in un ritorno degli investimenti incerto e a lungo termine. Basti citare la IPO-frenzy, ovvero l’euforia per dubbie start-up  e “unicorn”, i cui business plan, spesso improbabili e frettolosi, bastavano per inserirsi nel trend parabolico di una finanza audace e disinvolta.

La Federal Reserve ha così alimentato una gigantesca bolla speculativa che è l’altra faccia di un’asset-inflation. I prezzi record delle azioni di cui gli investitori hanno goduto hanno prodotto a) multipli del valore reale delle aziende quotate, gonfiati dal decennio di tassi di interesse zero; b)  una crescente speculazione di investitori affamati di rendimenti a brevissimo; c) guadagni (buyback, merger, ecc.)  legati a  migliaia di miliardi di dollari in investimenti in perdita.

Ora, con i prezzi che negli USA cresceranno, nel 2022, dell’8% almeno, l’inevitabile aumento del “costo del denaro” di qualche punto percentuale si tramuterà inevitabilmente in fallimenti, restrizioni del credito e dei mutui, disoccupazione settoriale, contrazione delle voci di consumo più elastiche al reddito atteso (come certi servizi alla persona e i beni durevoli in particolare).

L’inflazione durante la stagflazione, tuttavia, non colpisce tutte le imprese allo stesso modo.

Le imprese dominanti sono in grado di trasferire i maggiori costi aumentando i propri prezzi a un ritmo più rapido dei concorrenti. Esse gestiscono molto meglio le linee credito. E sebbene nella confusione del clima psicologico peggiorato nessuno sembra trarne profitto, le imprese dominanti migliorano invece le loro posizioni realizzando profitti e capitalizzazioni relativamente più elevati.

La creazione di denaro ex nihilo del sistema bancario avvantaggia chi lo crea e chi lo riceve per primo e svantaggia i ritardatari. Purtroppo, anche se tanti non ne sono convinti, la creazione di denaro non è creazione di ricchezza; la ricchezza aumenta solo se all’aumento della massa monetaria si accompagna un adeguato aumento della produzione.

Ed ecco la ragione per cui può crearsi stagnazione. Se le risorse sono state per lungo tempo impiegate in investimenti ridondanti o sbagliati, e la produzione reale non è aumentata e non può crescere nel breve periodo, per reindirizzare le risorse occorre TEMPO!  Le famiglie, nel frattempo, devono subire la riduzione della loro ricchezza a causa della svalorizzazione dei loro asset e dei beni materiali e del loro reddito a causa del mercato del lavoro depresso.  Poi, quando gli investimenti saranno ridiretti verso i settori a maggior produttività e in linea con la domanda insoddisfatta, il ciclo svolterà in positivo. È  accaduto innumerevoli volte.

Le banche centrali hanno tentato di realizzare ciò che Papa Alessandro III chiedeva al Terzo Concilio Lateranense nel 1179, ovvero praticare tassi zero per abolire l’usura.   I teologi/economisti rinascimentali della scuola di Salamanca, nel ‘500, avevano già capito, ante litteram,  che ciò era impossibile perché i tassi di interesse dovrebbero rappresentare il costo opportunità di utilizzare profittevolmente il denaro preso a prestito, così da ripagare il prestatore, trattenendo qualcosa in più.

Ma questa è un’arida, cinica descrizione prettamente economica di quel che accadrà nei prossimi mesi e nel 2023. Prossimamente ne darò un’interpretazione sociologica centrata su psicologia di gruppo e di massa, su meme e cultura popolare, su atteggiamenti, abitudini e comportamenti, su stili di vita ed esistenziali.

Daniele Tirelli