Nella lattina rosa di Water Junkie il lessico della controcultura psichedelica incontra la farmacopea tonica cinese e il design della cosmesi. Ne esce un’acqua aromatizzata che promette di accompagnare la sera, non di cambiarla. 

Un modulo da compilare: la lattina si legge come un modulo. Sotto il nome, DREAM, una fascia argentata annuncia «Reishi – Mushrooms»; e poi quattro campi compilati in un carattere monospaziato da macchina per scrivere: flavour (rabarbaro, rosa e vaniglia), carbonation (lightly sparkling), function (relax), additions (salvia e ginseng). In basso – attenzione! – il marchio, Water Junkie, e il formato, 250 ml. Il retro riporta: acqua, eritritolo, succo d’uva concentrato, acido citrico, estratti botanici di ginseng, vaniglia, reishi, salvia e camomilla, aromi naturali, conservanti, glicosidi steviolici. Dieci chilocalorie per 100 ml, meno di due grammi di zuccheri per lattina. Il formato della scheda tecnica non è un vezzo grafico: è la tesi del prodotto. L’esperienza alterata, che per millenni aveva richiesto un luogo, una notte, una guida e un rischio, è stata scomposta in parametri – un gusto, un grado di effervescenza, una funzione – e il parametro decisivo, la funzionalità, ammette un solo valore: rilassarsi.

Un lessico preso in prestito: La marca gioca apertamente sul doppio registro. Il suo slogan, “Playful name, serious ingredients”, sottolinea la distanza fra ciò che le parole evocano e ciò che la lattina contiene. E le parole evocano parecchio. Junkie era il titolo del primo romanzo di William S. Burroughs, uscito nel 1953 sotto pseudonimo, in forma di confessione di un eroinomane. Nel maggio 1957 Robert Gordon Wasson, vicepresidente di J.P. Morgan e micologo per passione, descrisse sulla rivista Life la veglia notturna a cui aveva preso parte a Huautla de Jiménez, sulle montagne di Oaxaca, sotto la guida della sapiente mazateca María Sabina. Fu quell’articolo a portare i «funghi magici» nell’immaginario occidentale e, pochi anni più tardi, Timothy Leary avrebbe condensato la stagione in un imperativo: turn on, tune in, drop out. Settant’anni dopo, quel vocabolario – junkie, dream, mushrooms – è stato riciclato su una lattina rosa cipria. La dipendenza è diventata dipendenza dall’acqua, l’unica che si possa dichiarare senza imbarazzo; il sogno è diventato sonno ristoratore; i funghi sono diventati «funzionali». L’azienda lo precisa nelle risposte alle domande frequenti sul proprio sito: i funghi funzionali sono specie non psicoattive.

Due funghi dell’immortalità – La parola “mushrooms” rimanda a Huautla; l’ingrediente proviene da tutt’altra parte. Il reishi – Ganoderma lucidum, o lingzhi in cinese – è un poliporo legnoso, troppo coriaceo per finire in padella, e lo Shennong Bencao Jing, il classico della materia medica compilato in età Han, lo collocò fra le sostanze «superiori»: ovvero quelle che non curano una malattia ma nutrono la vita e che si possono assumere a lungo senza danno. Nella tradizione taoista divenne il fungo dell’immortalità, e la sua sagoma, secondo una lettura diffusa, ispirò la testa dello scettro ruyi, simbolo di buon auspicio. Per i medici Han quel fungo garantiva equilibrio e conservazione, a patto di assumerlo con regolarità e per lungo tempo. Dream ne prende in prestito l’aura, e Water Junkie dichiara di perseguire proprio quel modello d’uso: un consumo quotidiano, non occasionale né specialistico, da inserire nella routine.

Il resto della lattina conferma la parentela. Il ginseng porta nel nome botanico, Panax, la panacea dei Greci. Il rabarbaro arrivò in Europa come radice medicinale cinese, pagata a caro prezzo dagli speziali, prima di diventare in Inghilterra un ingrediente per i dessert. Perfino la salvia ha un doppio: i Mazatechi di María Sabina usavano nei loro riti la Salvia divinorum, mentre quella dell’etichetta è con ogni probabilità la Salvia officinalis, la salvia di cucina. Tutto, in Dream, ha percorso lo stesso tragitto: dalla farmacia alla dispensa.

La soglia rimossa – L’antropologo Victor Turner distinse il liminale dal liminoide. Il liminale è la fase di soglia dei riti di passaggio, quella che Arnold van Gennep aveva collocato fra la separazione e la riaggregazione: obbligatoria, collettiva, carica di pericolo, e chi la attraversa ne esce trasformato. Il liminoide è il suo analogo nelle società industriali: facoltativo, individuale, collocato nel tempo libero e per questo, osservò Turner, spesso simile a una merce, qualcosa che si sceglie e si paga. La veglia di María Sabina era liminale nel senso pieno: di notte, al buio, sotto la guida di una sapiente, con un esito non garantito. Dream è un liminoide, una soglia senza soglia: l’accesso al banco frigo di un supermercato.

Il filosofo sloveno Slavoj Žižek, in Benvenuti nel deserto del reale, partì da un elenco di prodotti privati della loro proprietà nociva – il caffè senza caffeina, la panna senza grassi, la birra senza alcol – per arrivare all’Altro del multiculturalismo tollerante, privato della sua alterità. Dream aggiunge alla lista una voce nuova: il viaggio senza il viaggio. Della trance resta un nome, Dream; della notte, la funzione relax.

Così, in qualche modo, Timothy Leary è stato messo in lattina. Non per aprire le porte della percezione, ma per chiudersi alle spalle, con meno stress, quelle dell’ufficio e di casa. Nel 1982 Vasco Rossi cantava a Sanremo “Vado al massimo”; più di quarant’anni dopo ci accontentiamo di arrivare al minimo: a fine giornata, psicologicamente, interi. Il motto di Leary, così, si rovescia: drop out invitava a uscire dal sistema; la bevanda funzionale aiuta a restarci dentro in condizioni migliori.

Una giornata in tre lattine – Il relax non è più fuga ma manutenzione: si stacca la sera per riattaccare la mattina, possibilmente con la lattina successiva della gamma. Wide Awake, con criniera di leone, mandarino e agrumi, secondo l’azienda, aiuta ad affrontare le giornate piene. Poi è il turno di Feel Alive, con chaga, cocco e litchi, per sentirsi in forma; e la sera, di nuovo, Dream, per staccare. È l’idea fondativa della marca: una sola bevanda per tutte le ore. Queenie Porter, che ha fondato Water Junkie nel 2024 dopo un percorso nella moda, racconta di non aver trovato un prodotto adatto alla corsa del mattino, al calo del pomeriggio e al rientro serale. La giornata diventa così una sequenza di stati da regolare, ciascuno con il suo fungo e il suo colore.

Cresciuta nell’Essex, Porter è arrivata ai funghi dopo il debutto della marca con tre acque frizzanti alle botaniche arricchite con 10 mg di CBD «pressato a freddo»: mela, sambuco e gelsomino; pesca bianca, passiflora e zenzero; frutti di bosco. La gamma di funghi è invece comparsa sul sito di vendita nel 2025 ed è stata annunciata, alla stampa di settore, nel febbraio 2026 come svolta strategica oltre il CBD, con i funghi funzionali indicati, pilastro dell’innovazione futura.

Porter ha dichiarato di essersi ispirata al mondo della bellezza più che a quello delle bevande, per creare una lattina elegante  da tenere in mano e, presentando la gamma ai funghi, ha parlato di unire la credibilità del mondo medicinale ai codici visivi della cosmesi. Il risultato ricorda le etichette dattiloscritte di certa profumeria di nicchia, e ha ottenuto un riconoscimento di settore: nel 2025 la marca è stata finalista agli UK Soft Drinks Awards sia per il packaging sia nella categoria delle bevande funzionali.

Gli altri sogni in lattina – Dream non è un caso isolato ma la variante di un modello che ha già il suo campione. TRIP, fondata a Londra nel 2019 da Olivia Ferdi e Daniel Khoury, nacque come bevanda al CBD – il nome dice il resto – e poi spostò le formule su magnesio, criniera di leone e altre botaniche, superando nel 2025 i 100 milioni di dollari di ricavi; nel novembre di quell’anno raccolse 40 milioni di dollari a una valutazione di 300 milioni di dollari.

Negli Stati Uniti Kin Euphorics vende Dream Light, un nightcap analcolico con reishi, melatonina e triptofano, a 39 dollari la bottiglia da mezzo litro; Recess ha compiuto la stessa migrazione dal CBD alle formule «per l’umore»; De Soi, la linea di aperitivi analcolici creata dalla cantante Katy Perry con la distillatrice Morgan McLachlan, propone uno «Spritz Italiano» con reishi e criniera di leone che promette, testualmente, il dolce far niente. In Gran Bretagna, Tenzing, l’energy drink «naturale» fondato nel 2016 da un ex marketing manager di Red Bull e battezzato con il nome dello sherpa dell’Everest, ha lanciato nel febbraio 2026 una versione alla criniera di leone, e i funghi funzionali sono arrivati perfino nelle patatine. Il percorso si ripete: si parte dal CBD, che porta con sé un’eco trasgressiva e parecchie incertezze regolatorie, e si approda ai funghi, che ne conservano l’eco con meno complicazioni.

In conclusione, il viaggio partito da Huautla nel 1957, passato per le pagine di Life e per la controcultura californiana, è arrivato a destinazione in 250 ml di alluminio rosa: una tisana frizzante, con un nome che fa sognare.

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Daniele Tirelli

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